Beltrutti: «Pazienti discriminati, ora basta!»
Un impegno per combattere la sofferenza del malato. Al congresso mondiale sul dolore promosso dalla World society of pain clinicians, svoltosi recentemente a Torino, è stato presentato il “Manifesto di Venezia per i diritti del paziente con dolore cronico”. Un documento che ha già ottenuto ottocento sottoscrizioni tra i clinici di tutte le specialità che si confrontano quotidianamente con il dolore.
«Il Manifesto esorta le istituzioni a riconoscere il dolore cronico come malattia sociale; rendere disponibili e rimborsabili tutte le categorie di farmaci per il trattamento del dolore; destinare fondi per la ricerca nel settore; promuovere appropriati programmi di formazione», esordisce Diego Beltrutti, presidente della World society of pain clinicians e chairman del congresso. Garantire l’assistenza «E’ fondamentale far comprendere che in certe condizioni il dolore non rappresenta più un sintomo, ma è a sua volta una malattia, che va curata come tale. Nei prossimi anni affiancheremo alle pratiche istituzionali per la diffusione del Manifesto in ambito nazionale e comunitario, anche l’avvio di un’attività di sondaggio statistico e di monitoraggio del dolore cronico, che potrà fornire a operatori e istituzioni una fotografia aggiornata e puntuale dello stato antalgico del Paese» prosegue Beltrutti.
Una posizione condivisa da Giustino Varrassi, tra i promotori del Manifesto e presidente dell’Aisd. «I pazienti con patologie croniche accertate devono essere trattati tutti allo stesso modo e senza alcuna limitazione. E’ fondamentale garantire a tutti la possibilità di accedere a tutte le risorse terapeutiche oggi disponibili che possono garantire una buona qualità di vita a questi pazienti » aggiunge Varrassi. Una maggiore attenzione verso i malati che soffrono, tanto più che il problema coinvolge buona parte della popolazione generale, come conferma il lavoro presentato da Harald Breivik, presidente della Federazione Europea delle Società per lo Studio del Dolore. Si tratta di un’indagine epidemiologica europea condotta su oltre quarantaseimila soggetti dalla quale risulta che il 19 per cento degli intervistati (in Italia il 26 per cento) dichiara di avere sofferto di dolore cronico, cioè presente per oltre sei mesi nel corso dell’ultimo anno. Nel 34 per cento di essi il dolore raggiunge i livelli più elevati di intensità. Italia in ritardo Notevoli anche le conseguenze sulla qualità di vita: il dolore determina depressione nel 21 per cento dei casi, riduzione della capacità lavorativa (61 per cento) e perdita del lavoro (19 per cento).
Tra i partecipanti, il dolore cronico è dovuto nel 45 per cento dei casi ad artrosi degenerativa o ad artrosi, nel 25 per cento a dolore alla colonna vertebrale (ernia del disco, cervicobrachialgia e lombosciatalgia), nel 20 per cento a traumi. Esiste, inoltre, il problema del dolore cronico correlato al cancro, che è presente nel 50-90 per cento dei malati lungo il corso della malattia tumorale. «Il diritto a non soffrire ci impone di chiedere alle istituzioni di prendere le dovute iniziative per adeguare la situazione italiana agli standard internazionali », conclude Beltrutti.